La frase di questa domenica è: “Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?”
Anche il brano di questa domenica si svolge in una vigna, vede coinvolti i contadini. L’utilizzo di termini, che tutti avrebbero potuto comprendere facilmente, è una delle strategie pedagogiche usate spesso da Gesù, per far passare il suo messaggio.
Questa parabola è una metafora che fa riferimento alla sua morte, ma è interessante riflettere sulle due categorie di persone descritte: cioè cosa fanno e cosa pensano i contadini e che cosa pensa e farà il padrone.
I contadini sono accecati dalla bramosia del possesso. Essi pensano ai guadagni futuri, all’eredità e perciò arrivano ad uccidere l’erede. Se pensiamo alle immani fatiche che hanno compiuto i nostri nonni e di come i frutti di quelle fatiche, oggi, rappresentino delle ricchezze, che purtroppo sono anche cause di lotte intestine alla famiglia per accaparrarsi i pezzi più pregiati, là dove le “uccisioni” si concretizzano con cause civili, avvocati e tribunali. Famiglie che prima erano una cosa sola, alla morte del ‘padrone’ iniziano a disgregarsi, sono distrutte dalla voglia di possesso; là dove i patrimoni sono notevoli, tali cause tra gli eredi durano anni con gran godimento degli avvocati; siamo di fronte ad una tragicommedia che ha del patetico, come nucleo fondante.
Comunque quello che nessuno vuole sapere, o fa finta di non sapere, è il pensiero che sottende a tutto ciò: noi non siamo padroni di nulla!! Siamo a mala pena custodi e trasmettitori di oggetti da una generazione all’altra, ma padroni mai. Illusi, in ogni modo, sì.
La strategia del padrone è quella di far rendere la vigna, di mandare i suoi servi a ritirare il dovuto. Questi servi, e anche il figlio, vengono picchiati ed uccisi, solo allora il padrone decide di lasciare campo libero ai suoi che disperdano i vignaioli malvagi.
Il padrone, che è un uomo assennato, va alla ricerca di altri contadini (di un altro popolo) che lo rispettino, ma che promettano di far rendere quella vigna che sembra essere quasi più importante (nel racconto) del suo stesso figlio.
Questo ci dice come il disegno, che Dio ebbe sugli uomini, fosse un disegno legato alla stessa natura del creato. Qui si dice che la creazione non è qualcosa di avulso dal destino dell’uomo, ma creato e civiltà umana sono in sinergia l’uno con l’altra. Ed è una cosa che al tempo stesso ci può galvanizzare, ma anche schiacciare, perché se l’uomo maltratta i suoi simili e la natura: allora, che cosa succede allo stesso disegno di Dio e paradossalmente, che cosa succede a Dio stesso, che ha voluto creare un qualcosa così altro da sé, ma così intimamente legato a quella stessa natura che è il terreno precipuo dove si coltiva l’amore?
Forse non abbiamo ancora capito che rispettare l’altro e la natura non sono giochi per associazioni di persone che ne hanno fatto un hobby da radical chic.
Forse gli uomini, tutti, non hanno capito che se maltratto la natura è come se maltrattassi me stesso. Una bella storiella, un po’ osè, dice in sintesi che l’uomo che usa il martello come un’arma per uccidere mosche e zanzare fastidiose, può comprendere che cosa sia la strategia della forza quando qualcuna di queste si posi sulle sue parti intime (…) evidentemente non può esercitare la sua violenza in tale occasione. Forse sarebbe ora di approfondire il messaggio evangelico per comprendere il perché l’uomo è qui su questa terra.
