La frase di questa domenica è: “E lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale”.
La parabola di questa domenica è complessa, anche se apparentemente sembra semplice: un invitato non ha i requisiti per partecipare al banchetto e viene espulso. La complessità è data dalla struttura del racconto: un re, un banchetto di nozze, una prima lista degli invitati, i rifiuti, la vendetta del re, la determinazione del re per il banchetto, una seconda lista di invitati, diverse condizioni per l’invito, uno non ha l’abito nuziale, la punizione.
Il tutto calza bene con le vicende che accaddero a Gesù (e che già abbiamo visto nel Vangelo domenica scorsa): egli fu mandato da Dio per salvare definitivamente gli uomini, ma gli uomini non lo accolsero, anzi fecero di tutto per screditarlo e infine decisero di ucciderlo.
Questo non fu sufficiente perché questo figlio di Dio, risorse e invitò non più solo il popolo ebraico, ma tutti gli uomini, eleggendoli figli di Dio, come lo era lui. Tuttavia, qualcuno continua ad “imbucarsi” in quel banchetto, ma non ha il vestito adatto per cui viene cacciato fuori. Il paragone con il Regno di Dio è alquanto palese, ma non la sua logica.
Se basiamo la logica, che sottende al messaggio evangelico, per cui tutti gli uomini sono fratelli, sulla misericordia, anche colui che non ha il vestito per il banchetto dovrebbe essere ammesso. Gesù invece dice di no, quindi la domanda è: che cosa è quella veste? La veste è la stessa misericordia che Gesù usa per noi.
Egli ne ha parlato in diverse parabole, come quella del servo infedele, nella quale è detto chiaramente che chi vuole il perdono deve esercitare a sua volta il perdono. Ora se io ne beneficio, ma non ne uso nei confronti con il prossimo, allora la mia veste (l’idea di essere seguace di Cristo) non è adeguata per partecipare a quel banchetto dove tutti esercitano il perdono, la misericordia, la solidarietà delle quali ciascuno a sua volta ha beneficiato.
Oggi ci troviamo ad essere, per lo più, rappresentati da quell’invitato ‘mal vestito’. Infatti nel mondo, in Italia ci sono milioni di persone che chiedono di poter vivere dignitosamente come esseri umani e non più come schiavi in favore del nostro primo mondo. E noi che cosa facciamo? Diventiamo razzisti, chiudiamo le morali e i cuori a quei gridi disperati. Tuttavia ci professiamo credenti, cristiani partecipanti, ma a che cosa partecipiamo: al nostro egoismo, al nostro benessere, ai nostri privilegi.
Gino Strada disse: “Un diritto vale per ogni essere umano in quanto tale; se viene riservato a pochi, diventa un privilegio inaccettabile”; così come “La guerra cancella il diritto fondamentale di vivere e annulla ogni altro diritto umano, rappresentando la massima espressione della disumanità”.
Ecco chi è quell’invitato: chi vota per la guerra, chi abbandona in mare i naufraghi, chi vive sul commercio delle armi, chi specula sui raccoglitori di pomodori, su chi chiude gli occhi alle nuove forme di schiavitù.
Non basta essere invitati al banchetto per indossarne l’abito, bisogna anche essere convinti di che cosa significhi sedersi a quel banchetto. Io, da pubblicano, chiedo perdono per i miei peccati e cerco di impegnarmi con le mie misere forze affinché la mia vita sia degna di essere vissuta alla luce degli insegnamenti di Gesù.
