“Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”.
In questa frase vi è in luce il concetto di Chiesa. È una frase semplice, lineare che compendia, però, tutto quello che è la Chiesa degli Apostoli. Poi è venuta la chiesa istituzione e con essa la chiesa stato, la chiesa banca, la chiesa imprenditrice. Beh come vedete man mano che si procede ci si allontana sempre più da quei “due o tre, più uno”.
Certo alcuni diranno, ma ci vogliono anche le “altre chiese”, per sostenere la missionarietà della Chiesa, perché ci sono conti, spese, imposte, dazi, persone o lavoratori da pagare, immobili da restaurare, ecc., ma non mi sembra che dentro la frase minima dei “due o tre” ci possano stare anche tutte le altre. Le altre sono il prodotto dell’evoluzione socio-politico-economica dell’istituzione chiesa.
Oggi quei “due o tre” li possiamo ritrovare nelle mani dei preti di strada, nei piedi dei missionari nelle zone di guerra o di povertà. Non è la chiesa di papi rinascimentali, guerrieri; non è la chiesa delle crociate a qualsiasi epoca si riferiscano. Questa frase è la chiesa di qualsiasi parte del mondo, di qualsiasi situazione lavorativa, di qualsiasi famiglia delle periferie; è la chiesa negli ospedali, nei ricoveri per anziani, nelle zone bombardate, tra la povera gente che lotta per un pezzo di pane, per quel minimo di dignità che è necessario per sopravvivere.
Ciò che è interessante, è il fatto che anche ciascuno di noi può partecipare a quella Chiesa minimale (il termine indica tutto ciò che rappresenta il limite più basso o la quantità minima possibile. Si usa spesso per descrivere cose essenziali, semplici e prive di dettagli superflui) attraverso il proprio impegno in attività che spesso possono essere estemporanee o banali. Per esempio fermarsi a parlare con coloro che chiedono l’elemosina fuori dei supermercati, chiedendo per esempio notizie sulla loro vita e sulla salute di questi o dei loro famigliari. Questo è un gesto che dà dignità ad individui che fanno parte degli invisibili sociali.
La nostra società ha in sé i germi di tutte le malattie che possono distruggere l’uomo o addirittura la civiltà. Se oggi si usa il termine “remigrazione”, chi lo cita e lo propone come modello non può far parte di quei “due o tre”.
La frase del Vangelo, che è posta nel testo dove si esalta il perdono e dove lo si quantifica nella categoria “all’infinito”, sta proprio ad indicare che l’amore per il prossimo ha dei costi, chiede sacrifici, impone uno stile di vita che va al di là dell’egoismo comune, che va tanto di moda oggi tra i sovranisti e coloro che si dicono difensori della vera fede contro l’invasione di altre fedi religiose.
Basti pensare che chi ha paura che la propria fede possa essere soverchiata dalle altre vuol dire che non è un vero credente, perché non è disposto a sacrificarsi per difendere i principi in ciò che dice di credere.
Affidiamoci alla parola salvifica di Gesù che sta sempre con noi, soprattutto quando incontrando l’altro (qualsiasi fede professi), gli rivolgiamo la parola esaltandone la sua dignità e cercando di aiutarlo nelle proprie necessità, così “da ciò vedranno che voi siete miei discepoli”.
