Il concetto di questa domenica è: “porta”.
Il concetto di “porta” ha un significato molto esteso. La simbologia della porta ci conduce attraverso i tre elementi costitutivi (dentro, soglia fuori), per poi deflagrare sugli spazi che essa mostra.
Possiamo partire dagli stipiti che vennero macchiati con il sangue dell’agnello durante l’ultima piaga d’Egitto. Quando l’Angelo della Morte passò per il paese d’Egitto andava oltre la casa che aveva sulla porta quel marchio, mentre invece penetrava nella casa degli Egiziani per compiere la sua azione punitiva. In questo caso la porta era difesa e atto d’accusa.
Sono varie le citazioni del termine nella Bibbia come nel Vangelo, dove il più delle volte esso è riferito alla figura di Cristo: porta tra la vita e la morte eterna.
C’è poi il passo che indica la porta come fine/inizio delle due strade: quella larga e quella stretta. Insomma, è nell’ineluttabilità del passaggio, attraverso la porta, che si mette l’uomo di fronte al suo dentro, alle sue responsabilità, al modo in cui gestisce la sua vita.
Anche in Dante troviamo che, nella sua opera, la porta assume un significato emblematico di barriera tra il desiderio mondano e l’eterea visone del mondo incorporeo. Nel verso 9 del canto III dell’Inferno, si legge: “lasciate ogni speranza o voi che entrate”, ciò sta ad indicare di come l’uomo sa che è in procinto di varcare la porta degli inferi e che deve lasciare fuori la sua stessa natura, che è fatta principalmente di speranza, quella speranza che l’ha sempre sorretto durante la sua esistenza.
Ai nostri giorni le porte che apriamo e chiudiamo sono molteplici, così come lo sono le possibilità che abbiamo per fare la cosa giusta. Oggi aprire una porta è un azzardo, chiudere una porta è un giudizio irrevocabile. Però se, invece, usiamo la chiave di lettura che Gesù ci indica, allora la porta rappresenta l’obiettivo finale, quella soglia oltre la quale ci aspetta la gioia eterna.
Durante la sua breve vita egli ha sempre sottolineato come la conversione, cioè, il cambiamento di rotta, il modo di intendere la vita, fosse il codice per aprire la porta della vita eterna. Egli lo aveva utilizzato bevendo il calice che il Padre gli ha offerto nell’orto del Getsemani. È, però, rimasta chiusa, quella porta, alle seduzioni del mondo (le famose tentazioni), ai ricatti del tempio (l’obbedienza pedissequa alle regole della religione ebraica), alla pena del dolore quando era sulla croce, all’ascolto delle sfide che ha ricevuto dai farisei o dal ladrone (“se sei tu il Figlio di Dio scendi dalla croce) e anche dalla sua disperazione umana (“Eloi, Eloi, lamà sabactani?”). Però nel momento in cui si apriva il suo cuore per accogliere le sofferenze dei poveri, ecco che quella porta si è aperta e ha mostrato gli spazi aperti della nuova esistenza. I due stipiti sono la speranza e la fede, mentre la carità è la soglia attraverso la quale obbligatoriamente passiamo da questo a quell’altro mondo.
