La frase di questa domenica è: “Una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella di nome Maria, la quale seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola”.
La parola ‘ospitalità’ potrebbe essere il concetto cardine di questa domenica. Il fatto di ospitare, cioè di accogliere in casa propria, ha un’intima connotazione con l’affetto, perché ritiene che la sua presenza possa arricchire il loro essere persone timorate di Dio.
Marta fa entrare Gesù nella intimità della sua casa. Marta è una donna pratica, servizievole e generosa, pertanto si dà da fare per poter offrire la migliore ospitalità a quel Rabbi. Certo che nella sua relazione personale con Gesù ha un momento di defaillance. Ella ha l’intuizione e il desiderio dell’invito, ma ha anche l’obbligo che alla conseguenza dell’invito ci sia una offerta adeguata all’ospite. Così facendo deve occuparsi di molte faccende: preparare la tavola, cucinare il cibo, predisporre l’accoglienza fattiva.
Marta ha una sorella, che invece non ha invitato Gesù, però da quando è entrato in casa si è messa ad ascoltarlo, come fa qualsiasi ospite che cerca di raccontare a chi accoglie la sua storia. Essa ha quindi instaurato una relazione attiva con lui, che essendo un maestro gode dell’attenzione dei discepoli e dei loro interessi per ciò che dice attraverso le loro domande.
A questo punto le due relazioni, quella pratica e funzionale entra in conflitto con quella ricevente ed estatica. Giustamente Marta chiede all’ospite di permettere alla sorella di aiutarla nelle faccende di casa ed in cucina perché la mole di lavoro diventava eccessiva (ricordiamo che Gesù si muoveva sempre accompagnato dai suoi discepoli e pertanto preparare il cibo per tutti diventava un peso no indifferente).
La risposta di Gesù diventa un’accusa all’efficientismo di Marta che, sembra, dopo che lo ha invitato non si occupi più di lui e di non tenere conto delle cose che dice. Umanamente si parteggia per Marta perché lei ha il desiderio di servirlo, di fargli il grande regalo della sua ospitalità, della sua accoglienza, di sfamarlo per quanto è in suo potere. Ma lui sembra non accorgersi di queste attenzioni concrete, nutrendosi di più dell’interesse suscitato in Maria che non lo ha più lasciato solo e che si è nutrita delle sue parole.
Teologicamente è lui il cuoco che in casa di Marta prepara il cibo, è l’ospite che accoglie coloro che si siedono ai suoi piedi e ascoltano le sue parole. Questo Marta non lo ha colto.
Oggi sono pochissimi coloro che fanno capo a Maria; un po’ più numerosi sono quelli che si immedesimano in Marta, ma soprattutto dedicandosi al mondo del volontariato. Forse è più facile darsi da fare in operazioni materiali più alla nostra portata che cercare di capire le parole e il senso del messaggio di Gesù. Personalmente mi sento più vicino a Marta, suffragato anche dalle parole di San Giacomo (2,14-26) “Tu hai la fede e io le opere, mostrami la tua fede senza le opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede”.
L’ascolto fattivo e l’invito ad accogliere un messaggio, sono le sue contraddizioni, il grimaldello che scardina le nostre sicurezze: così possiamo farli nostri, come coordinate per cercare di orizzontarci nella galassia dell’Amore evangelico.
