La parola di questa domenica è: ‘pane’, che però non va disgiunta dal suo bisogno che è ‘fame’.
Il pane, nel corso dei secoli è stato associato ad una miriade di oggetti, situazioni, eventi, persone. Per limitare il significato al solo contesto evangelico, lo troviamo nel miracolo della moltiplicazione, nell’Ultima Cena, in alcune parabole. In ogni contestualizzazione esso assume un significato diverso.
Nell’uomo credente è il corpo di Cristo, cioè la sostanza del suo insegnamento; nella moltiplicazione è il valore sociale che accomuna tutti gli astanti a coloro che lo distribuiscono; ma è anche portatore di preoccupazione, nelle varie parabole, dalle briciole, cioè i piccoli gesti che compiono i grandi, fino alla richiesta di condivisione nell’insistenza notturna dell’amico, passando poi per la storia della Pasqua ebraica con il pane azzimo della fretta, fino a concludere il suo inizio sulla strada di Emmaus.
Da lì diviene poi universale simbolo di vita terrena/eterna nella ripetizione del rito, dove qui sulla terra fa vivere l’uomo; la sua metafora fa vivere il credente nell’altra vita.
Tornando al bisogno di cibo, il pane è l’elemento fondante l’alimentazione, è l’oggetto trasversale per tutte le civiltà che sono dipendenti dal grano e dalla sua lievitazione. È la base che soddisfa e acquieta quel rodimento interno che è la fame.
Anche il termine ‘fame’, per antonomasia, si carica di tanti significati. Nel Vangelo, proprio nel discorso della montagna si parla di fame e di sete di giustizia, il mangiare e il bere, il pane e il vino, la giustizia e la libertà, quell’eucaristia che è alla base del credere.
Anche fame di giustizia è una delle motivazioni che tanti uomini hanno avuto nel corso dei secoli e per la quale hanno sacrificato la loro vita. In Sudamerica molteplici sono gli esempi di persone che si sono battute per la giustizia sociale e per questo hanno perso la vita (da Allende a Chico Mendes). Emblematico è il sacrificio di Monsignor Romero, ucciso mentre celebrava l’Eucarestia.
Anche nel nostro mondo occidentale esistono luminosi esempi di sacerdoti e laici che si sono battuti per i più poveri, perché si sono immedesimati in coloro che avevano fame, ma non avevano voce (da don Tonino Bello a Don Gallo).
La fame è veramente brutta perché indica una povertà endemica che non ha nulla a cui aggrapparsi per poter soddisfare il suo bisogno. Così, come il pane, deve essere naturale per poter nutrire e non manipolato altrimenti non nutre nessuno. I vecchi avevano un detto antico, ma ancora per certi versi modernissimo: “Sotto la pioggia fame sotto la neve pane”.
Ecco che anche questa lotta contro l’inquinamento, contro le cause che fanno impazzire il clima, si colloca il magistero di Papa Francesco, quando esorta ad amare e difendere la natura e a non violentarla per gli interessi speculativi di pochi. Il Vangelo è meraviglioso perché ha un insegnamento a 360° per chi vuole veramente cambiare prima se stesso e poi il mondo. Il cristiano è autentico solo nel momento in cui si fa carico della fame nel mondo, non solo come distributore di pane, ma come testimone portatore di una cultura di vita.
