La frase di questa domenica è: “E i suoi discepoli lo interrogarono: “Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?”. Rispose Gesù: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio”.
Questa frase è paradigmatica per quell’annoso problema che da più parti si leva ogniqualvolta che accade qualche tragedia o qualche disgrazia. I critici di Dio esordiscono sempre con la solita domanda: “Ma perché Dio, che è tanto buono, permette queste disgrazie?”.
Il cristiano ha pochi elementi per controbattere a questo interrogativo perché anche lui è colpito dalle stesse tragedie. Ora Gesù in questo passo sottolinea che non c’è una correlazione consequenziale tra effetto e causa (lo aveva ben spiegato Hume). Il cieco nato non ha commesso alcun peccato, è una delle tante manifestazioni in cui si estrinseca la natura che ha un ventaglio molto ampio di casi normali e non.
Siamo noi (sempre noi), che comunicando il termine “normalità”, ogni qualvolta accade un accidente; ecco che, invece di riferirlo all’imponderabilità del caso o alle manifestazioni naturali, lo imputiamo a Dio, causa di tutto ciò che accade.
Allora Gesù si pone come dovrebbe porsi il fedele, cioè essere sale della terra, egli deve essere il punto di riferimento di tutti, rimboccarsi le maniche e mettere in atto la sua fiducia in Dio (che incessantemente non “deve” essere risolutiva), ma che costituisce quella vicinanza del mondo affinché l’opera di Dio si possa esaltare (in questo caso sì che interviene Dio, non il Dio risolutore, ma il Dio consolatore, il misericordioso).
Anche nel mondo islamico, quando ci si pone davanti ai grandi interrogativi, si usano le espressioni Allah Ar-Rahman (il Misericordioso, che si riferisce alla misericordia universale) e Allah Ar-Rahim (il Compassionevole, che si riferisce alla misericordia specifica per i credenti).
Così come nelle religioni orientali si parla di consapevolezza e di compassione per ciò che è la natura e per le sue “normali” manifestazioni.
Gesù è molto attento e preciso nella sua risposta: “né lui ha peccato, né i suoi genitori”, così tacita ogni opposizione sofistica, rimettendo a ciò che è la “grande normalità della natura” come evento non controllabile dall’uomo. Invece, pone sotto la volontà dell’uomo l’accettazione di ciò che accade, come accidente aristotelico, e quindi della risposta che l’uomo stesso dà dell’evento. A noi spetta solo, come fece Giobbe accettare ogni cosa come fiducia in quel Dio che non abbandona e che non permetterà che nemmeno un capello vada perduto dei suoi fedeli. Gesù sottolinea poi, in un altro passo, che la croce che deve portare l’uomo è leggera e dolce il suo giogo se accanto ha quel buon samaritano che ci guarda con la dolcezza dell’eternità.
