La frase di questa domenica è: la trasfigurazione sul monte Tabor con Mosè ed Elia.
Essa ha parecchi significati, vediamone due: la storia biblica e l’escamotage umano. Nel primo significato, Gesù vuol mostrare ai suoi discepoli come, ciò che dice, è diretta conseguenza di ciò che è stato detto; ma anche l’ambiguità dei personaggi aiuta a comprendere il disegno di salvezza che non è mai lineare e chiaro, ha le sue zone d’ombra, come è giusto che sia.
Mosè rappresenta la Legge perché fu colui che diede le leggi al popolo ebraico, fu colui che lo liberò dalla schiavitù e lo condusse attraverso il deserto verso la Terra Promessa. Ma fu anche colui che non credette alla parola di Dio e invece di riferire il Suo discorso, preferì battere, a Meriba, ben due volte la roccia perché ne sgorgasse l’acqua, secondo il proprio modo di vedere.
Anche il profeta Elia, il più grande tra tutti i profeti, incontrò Dio sull’Oreb, ma anche lui fu uno dei tanti che dovette combattere, contro la propria arroganza, per cercare di dimostrare la propria obbedienza alle parole di Dio.
Quindi tutta la vita di Gesù ha le proprie radici nella tradizione del popolo, egli, ebreo osservante, ma anche ribelle.
Insomma sul monte Tabor abbiamo quella medaglia di luce splendente, quella unione tra Antico e Nuovo Testamento, ma abbiamo anche la parte oscura dell’uomo, che non riuscirà mai ad essere l’uomo Cristo, perché troppo invischiato nelle sabbie mobili della sua natura. Ciò ci aiuta a comprendere l’altro senso della trasfigurazione.
Il secondo significato ci viene da Pietro, il quale avvicinandosi a Gesù gli suggerisce di rimanere lì, perché lì si sta bene; non serve andare di nuovo in mezzo ai malati, ai questuanti, a quella gente che prima esalta e poi lapida.
La stessa cosa capita anche a noi: facciamo delle tende per rimanere nella nostra comfort-zone ogni volta che ci sembra di stare “divinamente”, ma la nostra stoltezza è grande, perché non considera che la nostra vita, sia là, là in mezzo a loro, a coloro che tutti i giorni incontriamo per strada, al bar, sul treno, al lavoro a casa. Anche se in quegli ambienti rischiamo di trovare la nostra dannazione, dobbiamo ritornare là, perché è da là che parte la nostra riconciliazione con Dio. Poi troviamo nel secondo significato quel tal Pietro, il discepolo sul quale Gesù aveva fondato la sua chiesa, che nel momento in cui doveva dare testimonianza della sua fede, di credere in tutte le parole che nel corso dei tre anni aveva ascoltato, egli si schernisce, ritratta, giunge a spergiurare di non conoscere quell’uomo. Lo tradisce negli affetti e nello spirito.
