La parola di questa domenica è: mercato.
Oggi ricordiamo anche il 9 novembre 1989, la caduta del muro di Berlino. Costruzione emblematica della ottusità dei popoli e della follia delle ideologie. Tale caduta ha costituito un cambiamento epocale nella storia europea che, nonostante l’entusiasmo del mondo, non è riuscita ad imparare nulla.
Oggi siamo sempre lì, con tanti muri costruiti intorno alle nostre coscienze, divisioni che precludono lo sguardo verso un orizzonte di pace.
Quando Gesù si indignò perché “avevano fatto della casa di suo Padre un mercato”, ci ricorda quello che stiamo facendo oggi, dove, purtroppo ciò che compriamo e vendiamo non sono tortore, colombe o altri animali da sacrificare; ma donne, vecchi e bambini, che compriamo per sacrificare ai nostri dei che devono garantire il nostro ben-essere. Sì perché è inutile che ce lo nascondiamo, il nostro ben-essere continua ad appoggiarsi sulle disgrazie altrui, dei più deboli, dei lontani, di coloro che non hanno voce nel mondo dell’economia e della finanza.
Se oggi Gesù entrasse nelle nostre comunità butterebbe all’aria i nostri banchi dove compriamo e vendiamo la nostra tranquillità, la nostra sicurezza e tutto ciò che ci serve per “spassarcela alla grande alla faccia del resto del mondo”.
Il magistero della Chiesa invita il popolo a pregare (nella preghiera dei fedeli) per i migranti, per i deboli, per coloro che vivono nelle zone di guerra o nei paesi poveri. Ma non basta solo pregare dobbiamo educarci vicendevolmente ad essere animati dal sacro fuoco del fervente che non vuole che il tempio di Dio ( i nostri corpi, le nostre persone, le nostre menti) diventino sede di mercati aberranti.
Il Vangelo di oggi è un monito a non fare mercato, cioè a essere distaccati dalle cose che abbiamo e che siamo disposti a vendere al miglior offerente al passante che guarda a e passa senza essere interessato da nulla.
È il tempo del coraggio perché se non ci alleniamo ad avere tale coraggio, come possiamo salire il Golgota? Anche allora saremo spettatori, magari anche co-partecipanti nella compassione, ma sempre spettatori di quell’uomo che caricato della croce sale il monte dell’espiazione.
Illusi, arriverà anche per noi il momento di salire il monte e allora, la nostra forza ci sarà data, solo ed unicamente, dallo zelo che avremmo dimostrato per il tempio di Dio, che è stato la nostra vita.
Non sepolcri imbiancati, ma pietre vive dove le intemperie hanno imperversato, ma nulla hanno potuto contro la forza della nostra fede.
