La frase di questa domenica è: “Combattere la buona battaglia della fede”.
Noi uomini siamo estremamente limitati, nelle parole, nei pensieri, nelle intenzioni e nelle azioni. Il nostro grande limite ci è dato dalla natura fallace della quale siamo impastati. E siamo così limitati che anche i più grandi teologi sbagliano quando comunicano i loro pensieri.
Forse è vero che il Signore ha rivelato i grandi misteri ai piccoli e agli ignoranti e li ha nascosti ai sapienti. Uno dei grandi errori sta nella frase di Paolo che è un ossimoro. Gesù infatti ha da sempre parlato di pace, perdono, misericordia, mentre i suoi scrittori hanno tradotto alcuni passaggi con termini guerreschi.
Del resto nella Bibbia troviamo un “Dio degli eserciti” che non è certo il “Dio” di Gesù. Un esempio, purtroppo di questo ossimoro lo vediamo ogni giorno nelle distruzioni, in particolare nella striscia di Gaza. Quella terra culla delle tre grandi religioni monoteiste è insanguinata da oltre mezzo secolo, è forse l’unica terra dove la pace non è mai esistita.
Eppure Dio/Allah/Yhaweh “abitano” proprio lì. Questo a che cosa ci conduce? Alle parole che usiamo. I termini belligeranti non possono avere cittadinanza nel messaggio di pace di Gesù, e tantomeno essere sulla bocca di coloro che si dichiarano suoi discepoli. Non è più l’epoca delle crociate, per fortuna la sensibilità religiosa sembra aver fatto qualche piccolo passo in avanti.
Allora è fondamentale che anche quotidianamente si smetta di parlare di noi e di loro come di due eserciti contrapposti, dove noi naturalmente ci definiamo i buoni e gli altri i cattivi. È finita l’epoca di “arrivano i nostri”, il “settimo cavalleria” non giunge a salvare nessuno, non sistema ogni cosa , non porta alla situazione dove “ e tutti vissero felici e contenti”.
Per tornare alla frase di Paolo, nella fede, anche solo a livello di uso dei vocaboli, bisognerebbe espellere qualsiasi riferimento alla violenza, alla guerra, neanche il gruppo sportivo è ammissibile perché è sempre uno contro l’altro.
Nel messaggio evangelico non ci sono conflitti, competizioni, guerre, battaglie del bene contro il male, vincitori e sconfitti, ma c’è un unico vocabolario fatto di pace, amore, amicizia, misericordia, perdono servizio all’altro, valorizzazione degli altri, sostegno ai disagiati, cura degli ammalati, povertà ed umiltà. Ecco che se invece di usare i termini guerreschi per spingere la contrapposizione al male (che a furor di logica sarebbe corretta) si usassero le parole sopracitate si disarmerebbe anche lo stesso male che verrebbe visto da una parte come difficoltà a vivere, ignoranza, freddezza di cuore; dall’altro come egoismo, sudditanza verso quel principio che è la negazione dell’uomo stesso (che è “amore”).
Gesù sa bene che questa è l’unica via per redimere se stesso e noi. Sapendo ciò è salito sul legno, nelle peggiori condizioni di tradimento, di abbandono, di crudeltà per tracciare il segno della pace e dell’amore universale: tutto il resto è immondizia umana legata alla pura prevaricazione.
