I due termini su cui riflettere questa domenica sono “i conti e la croce”.
Vediamo i primi: essi sono uno strumento banale che sottende però una valutazione del proprio agire, una riflessione del proprio essere, una programmazione a lunga scadenza. Una metafora classica sta nella rappresentazione di colui che vuole attraversare un fiume e non calcola bene le sue forze e la sua convenienza, così una volta in mezzo al guado non riesce più ad andare avanti e neanche può più tornare indietro. È una situazione estremamente pericolosa che ha in sé la rigidità del pensiero stesso.
È la logica della ludopatia che nelle scommesse, per poter recuperare ciò che si è perso prima, bisogna puntare sempre di più. È il modello del vivere oggi che impone certi canoni che tanti non possono più permettersi, ma che per poter continuare a stare in un determinato ambiente si ricorre ad ogni tipo di mezzi (per la maggior parte illegali) per continuare ad essere sulla cresta dell’onda.
Uomini poveri e meschini, vittime dell’ignoranza più bieca, agnelli sacrificali al dio denaro, soggetti ideali per truffatori ed usurai, carne appetitosa per gli squali dell’alta e media finanza, portatori di ricchezze appetibili dai furbetti di quartiere.
Il secondo termine è il significato di croce, inteso come la somma delle difficoltà che ogni uomo incontra nella vita, che costituiscono il suo bagaglio fin dalla nascita, “magagne” che uno va a cercarsi col lanternino per la propria dabbenaggine.
Gesù invita il cristiano ad essere saggio, a fare della saggezza la bussola della sua vita, oltre che per salvarsi anche per comprendere che veramente la perfezione non è di questo mondo e che i manifesti del “tutto e subito”, “del si vive una volta sola”, del “godere adesso perché qui è la festa”, tutto ciò non sono valori cristiani, ma diabolici.
Che il vivere serenamente e accontentarsi di ciò che si ha è la più grande ricchezza che uno possa mai desiderare. La vita scorre, il suo focus costituisce il desiderio che il domani sia migliore di oggi. Ma Gesù, invece, invita a riconoscere la propria croce e a portarla al fine di glorificarci nell’amore per l’altro, che altro non è, che il Cristo che si fa prossimo.
Così quando mettiamo insieme i due termini costituiamo una ricetta esplosiva perché destinata a far deflagrare tutte le certezze. Non si possono fare i conti con una croce sulle spalle, è necessario pensare al fardello che si porta e il resto relegarlo in quell’utile vitale che è paragonabile ai bisogni primari e nulla più.
Chiediamo alla Madonna di Pia di farsi maestra delle nostre vite affinché possiamo camminare spediti verso quella gioia che è vera e sincera.
