Il Vangelo di questa domenica è di difficile comprensione.
Già i Romani dicevano (e oggi è stato riesumato e propagato a tutto il mondo) “si vis pacem para bellum” (se vuoi la pace prepara la guerra). In uno dei suoi ultimi discorsi, E. Berlinguer aveva fatto suo il motto di tutti i pacifisti della storia: “Se vuoi la pace, prepara la pace”. Non è facile.
Nel 1500, il Segretario Fiorentino, N. Machiavelli, nel libretto che esaltava le doti che avrebbe dovuto avere un principe, sosteneva che: “il fine giustifica i mezzi”, una legge dura e immorale che però è stata fatta propria da chi tendeva a giustificare i suoi metodi per offrire una pace e una tranquillità apparenti.
Anche Netanyahu, citando Von Clausewitz, dice che la guerra è un medico che recide vite per poterne salvare altre; così la guerra distrugge per fare pulizia di tutte quelle sacche entro le quali proliferano i germi della guerra stessa. Quindi per avere pace è necessario operare chirurgicamente in quei settori che a suo insindacabile giudizio creano il male.
Ma Gesù quando dice che non è venuto a portare la pace, ma la divisione, si scaglia contro quella pace che è mascherata dal quieto vivere, quella tranquillità che è ottenuta eliminando tutte quelle frange che possono creare quel clima ‘sereno’ che porta prima o poi ad un’altra guerra.
Egli allora prepara i suoi amici animandoli con il sacro fuoco della missionarietà, educandoli al dialogo tagliente del “sì che sia sì e del no che sia no”; anche se facendo così si va a scontentare tutta quella massa di uomini che accettano la quotidianità “disimpegnata” come modo normale di affrontare le difficoltà della vita.
Egli vuole cristiani che siano coscienti e consapevoli che vivere il suo messaggio nella sua autenticità, porta a inimicizie, ostracismi, difficoltà, lotte intestine. Egli è venuto per battezzare con il fuoco di verità che brucia tutti gli orpelli con i quali adorniamo le nostre anime per farle belle agli occhi degli altri.
Egli vuole essere la spada che trancia il perbenismo e che difende il debole dai soprusi dei benpensanti bigotti che detengono il potere e che ben si sono integrati attraverso il quieto vivere, dove il do ut des è l’unica legge ammessa. Chi vuol seguire Gesù deve esser pronto a sostenere il pubblico ludibrio di coloro che sono troppo perfetti.
