La frase di questa domenica è: “Non portate borsa, né sacca, né sandali…”.
È una frase programmatica che sottende una filosofia di vita. Potremmo forse individuare il concetto di questa domenica nel termine “leggerezza”. Tale concetto ci dice che il messaggio evangelico non ha bisogno di artifici umani, ma solo di inaugurare positive relazioni.
Ciò è stato anche il manifesto del francescanesimo e di tutti quegli uomini che della povertà ne hanno fatto il loro segno distintivo.
A pensarci bene vi invito a fare questa riflessione: se guardate gli sfollati, per esempio di un teatro di guerra, riempiono all’inverosimile ogni mezzo per potersi portare dietro le loro povere cose, quel minimo di proprietà che serve per poter ricominciare da un’altra parte.
Ma se viene una forte scossa di terremoto o qualche altro cataclisma, la gente si riversa sulle strade o si allontana solo con quello che ha addosso e non pensa ad altro che a salvarsi la vita. Si scappa in pigiama, in ciabatte o a piedi nudi, senza gioielli o borsette firmate. Si fugge e basta. Si è leggeri perché è l’essenziale per la propria esistenza solo l’allontanamento dalle possibili cause di morte.
Ora, se uno crede in Gesù, crede nella vita eterna, crede che essa sia effettivamente più importante di quella terrena; se negli oggetti di questo mondo si annida il seme del male, allora chi diffonde il messaggio non può preoccuparsi anche di caricare le proprie spalle di pesi che ritiene inutili perché anch’essi hanno la data di scadenza.
Qualcuno ha detto che essi passavano per scrocconi o approfittatori, sfruttando così le proprietà di chi li accoglieva. Sono due ruoli diversi. All’evangelizzazione non è consentito neppure di avere la responsabilità di una famiglia, perché questa sarebbe poi la sua priorità, e non coloro che invece sono i beneficiari dell’annuncio. Naturalmente abbiamo testimoni che hanno avuto proprietà e famiglia e che allo stesso modo si sono resi disponibili per il prossimo.
Gesù è stato categorico quando disse che nessuno che avesse lasciato padre, madre o fratelli o case per causa sua si sarebbe, poi, trovato ad avere cento volte di più di quello che ha lasciato. E la biografia dei santi gli ha dato ragione.
Continua poi con il concetto di pace che, impostato come benedizione, ha il potere di attualizzarsi in chi lo accoglie e di lasciarne la piena libertà a chi la rifiuta. Non credo che qualcuno che riceva tale benedizione la possa rifiutare, perché essa parla al cuore di tutti gli uomini di ogni condizione o fede.
È un saluto beneaugurante che esalta chi lo pronuncia e chi lo ascolta, è il bacio dato e ricevuto alla partenza o all’arrivo da un viaggio, o un incontro tra persone che “sentono la stessa anima del mondo”.
Il saluto francescano del “pace e bene”, o quello musulmano “A-salam-u alaykum” o lo “Shabat shalom” ebraico, o il “Ping-an!” cinese, come in friulano il “Mandi” (cioè manus dei, ti accompagni il Signore), sono tutti auguri che provengono da una grande fede.
E potremmo proseguire fino ad esplorare tutte le forme di saluto nelle diverse etnie del pianeta. Questo ci dice di come la pace del Signore sia l’augurio più potente e maggiormente gradito. Facciamolo nostro ogni giorno, così che insieme al buongiorno, il giorno che stiamo per vivere si carichi di un augurio più significativo.
