La frase di questa domenica è: “Vi do la mia pace…”, ci porta dentro ad uno scenario che il più delle volte è mal compreso, frainteso, intriso di ignoranza.
Da sempre, e oggi ne abbiamo purtroppo una testimonianza tangibile, si è sempre usata la locuzione latina per assicurare la pace nel mondo: “si vis pacem para bellum” (se vuoi la pace prepara la guerra), cioè la pace nel mondo la si ottiene armandosi per far desistere l’altro da un attacco.
Ma la pace così intesa è la contraddizione di se stessa, non è pensabile una pace armata, desta, sempre pronta alla guerra, come sono un ossimoro i cosiddetti contingenti di pace, armati fino ai denti.
Se si chiudessero le fabbriche di armi, allora sì che nessuno si armerebbe più; certo gli affari ne risentirebbero (sic).
Non può essere la pace dei kibbutz, dove i contadini hanno nelle mani l’aratro per dissodare la terra e sulle spalle un fucile mitragliatore, sempre pronto all’uso. Infatti il Medioriente è la terra più martoriata.
In questa domenica Gesù ci dice che è pronto dare la pace, ma (e qui fa una ulteriore sottolineatura), non come la dà il mondo. Questa sottolineatura ci apre le porte al vero significato di pax Christi. Egli vuol metterci nelle condizioni di godere di una pace che sia autentica e soprattutto “divina”.
Il termine ‘pace’, in questo caso, sta a significare patto (dalla sua radice indoeuropea ‘pak’), cioè alleanza, contratto, al fine di eliminare ogni più piccolo contrasto non solo tra individui, ma anche tra l’uomo e la natura, l’uomo e la vita, l’uomo e il suo destino finale.
La pace che Gesù è venuto a portarci è una pace povera di artifici umani, povera di speculazioni e strategie futuribili, povera di proprietà ed egocentrismi, povera di spirito (umano), povera di quell’accozzaglia di pensieri e desideri che continuamente affollano le nostre menti e che vanno sotto il nome di pre-occupazioni.
Infatti, se siamo sommersi dalle occupazioni e dai pensieri, che queste generano o dalle quali sono generate, è chiaro che la nostra anima è più un campo di battaglia che un prato verde di primavera; è più una trincea, che una panchina dalla quale poter ammirare la linea dell’orizzonte là dove il mare si congiunge al cielo, là dove la terra e il cielo sono più vicini.
Ma sappiamo che tale linea è una falsa percezione, che tale unione non esiste, che la frattura tra il cielo e la terra è stata fatta nella notte dei tempi e che l’uomo è qui su questa terra a soffrire per i suoi limiti, i suoi peccati, le sue debolezze.
È poi, nella morte, il paradosso più inquietante perché con essa tutte le cause di conflitto vengono a cessare non per mancanza di soldati, ma per la consapevolezza della illogicità della guerra stessa e che solo la pace può far godere l’uomo dei beni che ci sono in questo mondo.
Accettiamo l’invito a ricevere la pace come Gesù ce l’ha voluta dare quando le sue braccia si sono aperte sulla croce.
